Sapevo che Alessandra Libutti con le parole ci sa fare, quel che non sapevo è che sapesse usare così bene diversi registri di scrittura. L’ironia che nel suo blog è il filo conduttore, nel romanzo Thomas Jay emerge a tratti, come ad alleggerire giusto un attimo la quantità di rabbia e di dolore del protagonista. E’ una giusta rabbia, quella di chi da adolescente invece di ricevere le cure adatte e dei sani limiti, si trova in un vortice che lo risucchierà in anni e anni di prigione e manicomio. Una spirale dovuta anche a elementi di autodistruzione - consueti nell’adolescenza - e che dovrebbero essere tenuti a bada dalla famiglia e dalla società.
Alessandra Libutti ben descrive quale percorso può iniziare quando sia la famiglia che la società abdicano al loro compito e il romanzo si snoda negli anni dall’adolescenza alla vita adulta di Thomas Jay, all’incontro con uomini/maestri dai quali apprenderà delle cose e ai quali insegnerà molto. Ma forte è anche l’accento sul bivio della vita. Quel bivio a cui ognuno di noi a un certo punto arriva e in cui non c’è genitore o società assente che tenga, non c’è nessuno da incolpare. Se non noi stessi. Se non la cecità verso un gesto, una scelta, una strada che si prende spinti da un impulso distruttivo invece che creativo. Oppure, pensavo leggendolo, quando la creatività è così abbondante e difficile da incanalare che il rischio che imploda nella distruzione di sé è tutt’altro che raro. Di tutto questo sono intrise le pagine di Thomas Jay, e molto di più.
E’ un romanzo sul potere dell’immaginazione e degli ideali, sulla capacità di sopravvivenza affidandosi al proprio mondo interno quando quello esterno è andato in frantumi. E’ un romanzo sull’amore. L’amore che aiuta a trovare un senso anche all’esistenza più spietata.
Alessandra Libutti ben descrive quale percorso può iniziare quando sia la famiglia che la società abdicano al loro compito e il romanzo si snoda negli anni dall’adolescenza alla vita adulta di Thomas Jay, all’incontro con uomini/maestri dai quali apprenderà delle cose e ai quali insegnerà molto. Ma forte è anche l’accento sul bivio della vita. Quel bivio a cui ognuno di noi a un certo punto arriva e in cui non c’è genitore o società assente che tenga, non c’è nessuno da incolpare. Se non noi stessi. Se non la cecità verso un gesto, una scelta, una strada che si prende spinti da un impulso distruttivo invece che creativo. Oppure, pensavo leggendolo, quando la creatività è così abbondante e difficile da incanalare che il rischio che imploda nella distruzione di sé è tutt’altro che raro. Di tutto questo sono intrise le pagine di Thomas Jay, e molto di più.
E’ un romanzo sul potere dell’immaginazione e degli ideali, sulla capacità di sopravvivenza affidandosi al proprio mondo interno quando quello esterno è andato in frantumi. E’ un romanzo sull’amore. L’amore che aiuta a trovare un senso anche all’esistenza più spietata.

5 commenti:
Come non ringraziarti per queste bellissime parole che hai speso?
@Raperonzolo: mi è piaciuto molto. Per l'argomento e per come è ben scritto. E arrivare finalista al Calvino deve essere stata una bella soddisfazione!
Speriamo che l'estate mi conceda il tempo per leggerlo...
lo leggero' senz'altro, grazie
Volevo anche io scrivere sul mio blog un "tributo" a Thomas Jay e, tempo permettendo, ho ancora intenzione di farlo.
L'ho finito di leggere da poco: l'avevo portato con me in una settimana di vacanza, avendone letto solo le prime 4 pagine (ahimè, la sera il sonno incombe). Appena ho potuto addentrarmi nella lettura, mi sono trovata in quella bellissima sensazione di aver voglia di trovare il tempo per leggere sempre qualche pagina in più.
Come ho già detto a Rape, Thomas Jay è un personaggio che ti suscita una rabbia che vorresti litigarci a quattr'occhi! Eppure ogni volta che sembra perduto, è salvato sempre dalla speranza e dalla voglia di vivere.
L'ironia dell'autrice, come osserva Marilde, lo salva sempre dalla condizione più buia. Nonostante i temi molto forti, alla fine risulta un libro rocambolesco e vivace: c'è lontanamente un tono da romanzo di cappa e spada che aiuta a non scivolare nel dolore più profondo.
Sicuramente meriterebbe un respiro editoriale maggiore.
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