Temporeggiavo a leggere Madri assassine, diario da Castiglione delle Stiviere. Temporeggiavo perché pur desiderando sapere che cosa aveva scritto la giornalista Adriana Pannitteri, dopo un viaggio all’interno dell’ospedale psichiatrico giudiziario, l’argomento appartiene a una di quelle aree nelle quali non vorrei mai entrare. Vorrei poter negare che esistono, semplicemente lasciando un libro dimenticato. Ma i meccanismi di difesa non funzionano all’infinito e dunque l’ho letto, e ne scrivo. E’ un bel libro. Con alcune testimonianze di donne che hanno commesso un figlicidio, alternate alla storia di Maria Grazia, figlia di una donna malata di depressione. Sono storie in cui l’elemento comune è la psicosi e dunque entriamo in aree nelle quali non mi sento di trarre alcuna conclusione. Il meccanismo che si attiva nell’istante in cui una persona decide di ucciderne un’altra, o decide di uccidere se stessa, ha a che fare con qualcosa di non spiegabile, non prevedibile fino in fondo. Un elemento però accomuna le storie raccontate. La solitudine. Un male comune a troppe persone ma di cui soffrono in particolare gli anziani e le madri. E che quando si accompagna a delle patologie già di per sé molto gravi, può creare una miscela esplosiva fino all’irreparabile.
Riguardo allo stesso tema esiste un capitolo all’interno di Come uccidono le donne di Giuliana Kantzà, che poi amplia il discorso alle donne che uccidono i genitori, a quelle che uccidono per gelosia e altri casi ancora.
Non posso certo dire che si tratti di letture lievi, ma chi è interessato agli aspetti oscuri della vita può trovare in questi libri delle belle pagine su cui riflettere.
La cosa che ogni volta mi lascia perplessa, anzi che mi fa parecchio arrabbiare, di fronte a tragedie di questo tipo, è leggere che i familiari, di frequente, non si erano accorti del malessere della donna. O che l’avevano sottovalutato. Come si fa, mi domando, a vivere accanto a una persona e non rendersi conto che è al limite? Come si fa a farsi bastare le parole della stessa donna, la quale, lei per prima a volte, nega il suo star male? Ci sono persone che non hanno problemi a condividere le loro fragilità, ce ne sono altre che piuttosto di ammetterle arrivano a toccare limiti sottili come la lama di un rasoio. E tragicamente talvolta a sorpassarli. Sto pensando anche ai tanti adolescenti che soffrono di disturbi alimentari e ai troppi genitori di questi che vivono nella beata inconscienza. Un familiare stretto non dovrebbe mai potersi permettere di essere cieco di fronte a queste cose. Perché non è disattenzione, è omissione di soccorso.
