Ricordi quando ti ho detto, oltre il vetro dell’incubatrice, di non spaventarti se mi avessi sentita discutere con chiunque fosse entrato in quel momento e mi avesse scoperta a leggere la tua cartella clinica? Non intendevo più tollerare l’assenza di notizie sulla tua salute e quel nicchiare dei medici di fronte a mie domande più precise. Cercai, trovai e ti sorrisi. Ricordi la pazienza che hai avuto ad attendere che il tuo gemello iniziasse a camminare? Andavi ovunque facendo finta di tenermi per mano, ma fino a quando anche quel monello che insieme a te era nato non ha fatto i primi passi da solo, non hai voluto staccarti. E hai poi visto che i tuoi fratelli mica ti hanno aspettato a imparare a nuotare, e hai fatto i conti da solo con la paura che ti incuteva l’acqua quand’eri bambino. Sei gemello di un altro maschio che però somiglia al fratello più alto. E spesso sono stati loro due ad essere creduti gemelli. Dev’essere stato ben difficile conservare una propria identità con le molte domande e i visi stupiti di fronte a “no, sono loro due i gemelli, lui è il primogenito”. Il quale primogenito per un bel numero di anni ha avuto come obiettivo preciso quello di dividere una coppia che sentiva minacciosa per lui. Dal giorno stesso direi in cui gli ho spiegato (aveva tre anni) che non avrei potuto realizzare quello che lui considerava un suo diritto: “Mamma, loro sono due, io sono uno, adesso tu ne fai nascere uno grande come me”.
Ricordi?
E l’adolescenza e i suoi drammi i e i tuoi tentativi di evitare i conflitti sui quali non ti davo tregua e col cavolo, ti dicevo, ora ne discutiamo, invece.
Non so come poi (ma lo so, certo che lo so) a un certo punto hai 26 anni e un bagaglio di esperienze e progetti e passioni. Una di queste è l’Australia. Partirai a settembre e non è più soltanto un’idea, un sogno o parole che si accavallano ad altre, ma è un visto ottenuto e un volo prenotato. Dicevi in questi giorni del tuo desiderio di andare pur sapendo che tornerai poiché senti che le tue radici sono ben salde in questi luoghi. Non so se lo dicevi perché intuisci quella parte di me che io non dico, quella di ogni madre di fronte alle distanze di un figlio, anche di quelle che i figli li lasciano andare, o se davvero è così quel che senti. Può darsi. Sottovaluti forse ancora ciò che l’amore può fare e quanto un incontro può cambiarti la vita.
Tempo fa lessi in un libro che la nostra vita è come una casa. Il luogo, il terreno sul quale è costruita lo riceviamo in eredità dai nostri genitori. Se è fertile e soleggiato sarà più semplice costruire la nostra casa, che comunque è compito nostro. Se ereditiamo un terreno arido avremo più lavoro da fare, faremo più fatica. Io mi auguro che tu non debba lavorare troppo per bonificare il terreno, in modo tale che ti rimarranno più energie per costruire ciò che sarai.
E allora io a te, che discuterai la tesi tra qualche giorno, a te che consideri cucinare un’arte e quando sei tu ai fornelli mangiamo in religioso silenzio per non rovinare i gusti con le parole, a te che scendi alle sei del mattino per poter fotografare un paesaggio con la luce giusta, se è la fotografia quel giorno il tuo pensiero. A te per il quale i computer non hanno segreti e senza il tuo aiuto non avrei mai iniziato a scrivere su questo blog, a te Francesco dico grazie per la strada percorsa insieme in questi anni. Il futuro è tutto da vivere.